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Caos (troppo) calmo, calmissimo

01/02/2008 | postato da: Maurizio G. De Bonis | Commenti 2

Questa mattina (1 febbraio 2008) sono andato alla proiezione stampa di Caos calmo, il film di Antonello Grimaldi interpretato da Nanni Moretti, tratto dal romanzo omonimo di Sandro Veronesi. Più che dentro il film, il caos l’ho visto nell’atrio del Nuovo Sacher. Quando a Roma succede qualcosa di cinematografico in cui è coinvolto Moretti si crea prima un’aspettativa gigantesca, poi un ingorgo apocalittico nella sala dove si svolge l’anteprima, infine tutti si scatenano (in modo liberatorio) sul buffet (e non è uno spettacolo proprio gradevole). Appena uscito da questo “piccolo inferno” mi sono messo a riflettere sul film. Si parlava di Caos calmo da diverso tempo. Tutti gli addetti ai lavori l’aspettavano e quando sono iniziate a circolare le indiscrezioni sulla scena di sesso tra Moretti e Isabella Ferrari (con relativo “video rubato” comparso su You Tube) la febbre si è innalzata. Ebbene, le mie sensazioni su questo film sono, come dire, di pacata perplessità.

È stato fatto senza dubbio un tentativo ambizioso. Poco mi interessa che sia tratto da un romanzo: non mi piace impelagarmi in comparazioni che ho imparato negli anni a non fare più. Una cosa è un romanzo, un’altra è il film da cui è tratto. Anzi, il modo più giusto di essere rispettosi di un testo di partenza è quello di tradirlo, cioè di coglierne l’essenza poetica, il senso profondo, e di liberare tale essenza in un altro linguaggio senza pensare di scimmiottare toni, ritmi, struttura dell’opera originale. Inoltre, non sto per scrivere una recensione; sto cercando solo di fissare i miei pensieri e di comunicarli a voi. Mentre camminavo dopo la proiezione mi sono chiesto: ma qual è la reale sostanza di questa operazione? Pur concentrandomi di nuovo sul film, ripercorrendo scena per scena, non ho trovato un vero impianto autoriale. O meglio, ho ravvisato un certo evidente ondeggiamento autoriale determinato da una scarsa mano registica e da una tendenza evidente a procedere per stilemi morettiani un po’ troppo prevedibili. La personalità di Antonello Grimaldi mi è sembrata un po’ ripiegata su se stessa, oscurata dalla notorietà del romanzo e dalla presenza di un Moretti bravo a interpretare il suo ruolo ma troppo debordante nel ricordare modi di fare dei suoi personaggi filmici precedenti. Ho percepito Caos calmo come un film senza identità, senza una vera linea espressiva e troppo legato all’immagine del suo interprete principale.

L’oggetto film è un meccanismo complesso che deve trovare un suo punto di equilibrio. Quando si fronteggiano (artisticamente) un attore che imprime il suo stile alle scene e un regista che arretra sempre più, si finisce per generare un’opera filmica il cui carattere risulta indecifrabile. In Caos calmo mi sembra che Grimaldi arretri troppo e lasci Nanni Moretti, che oltretutto firma anche la sceneggiatura, libero totalmente di compiere un percorso autonomo. Lo straniamento è la sensazione che più si prova di fronte a Caos Calmo, ma non uno straniamento provocato dal linguaggio visivo utilizzato o dal tono del racconto quanto piuttosto dall’impossibilità di mettere a fuoco la natura del testo visivo. Mi sono così trovato a pensare che forse se al posto di Nanni Moretti (pur bravo, lo ripeto) ci fosse stato un altro attore forse Caos calmo avrebbe guadagnato in carattere e identità. Non vi rivelo poi chi è il personaggio che all’improvviso compare alla fine: un notissimo cineasta (fa una parte piccola, ma significativa) che con la sua presenza finisce per aggiungere straniamento ad altro straniamento.

Più vedo film (e lo faccio da almeno tre decenni) e più mi rendo conto di quanto il cinema sia una forma d’arte molto difficile. Non bastano grandi attori, registi noti, un buon testo di base, una produzione seria a far sì che venga fuori una pellicola compiuta. L’alchimia del film è qualcosa che non si può programmare a tavolino, con la ragione. Esiste qualcosa di insondabile che va oltre le strategie produttive e che porta una pellicola ad essere completa in tutti i suoi aspetti. Caos calmo aveva tutte le prerogative per essere un’opera compiuta ma così non è stato, almeno per me. E’ stata un’occasione perduta? Forse, ma in fin dei conti il cinema è un’arte coinvolgente proprio perché riserva delle sorprese. E mi auguro di non leggere stroncature cattive e fuori luogo su questo lungometraggio (magari ai miei colleghi piacerà). Quel minimo di sensibilità che possiedo, mi fa dire che le intenzioni di Grimaldi, Moretti e Procacci erano buone, addirittura profonde. La ciambella purtroppo non è riuscita con un buco proprio perfetto, e poi questa ciambella ha un sapore che non si riesce a riconoscere. Che dire se non un sincero: peccato.

Caos (troppo) calmo, calmissimo - Capitolo secondo

2 febbraio. Compro i giornali e ovviamente ci sono paginate su Caos calmo. Il giudizio positivo mi sembra quasi unanime. Gli unici che dicono cose un po’ fuori dal coro sono Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, il quale pur affermando che il film è buono evidenzia come parte dell’operazione produttiva poggi su una componente di marketing (“…nell’ingaggiare una delle icone più conosciute del cinema italiano, e in quanto tale poco adatta ad assumere le maschere della recitazione”), e Tatti Sanguineti che su La Stampa sostiene: “il protagonista delle storia, Pietro Paladini, è iper-apicellizzato” (Michele Apicella è uno dei personaggi storici dei film morettiani n.d.r.)”…”nella sequenza iniziale del gioco sulla spiaggia, in quella dove fuma oppio, e nell’altra in cui parla del telefonino regalato alla figlia”.

Per il resto grandi elogi e posizioni abbastanza uniformi. Da segnalare il lungo articolo di Natalia Aspesi su La Repubblica, pezzo in cui si sostiene che nel libro la famosa scena di sesso è lunga dieci pagine mentre nel film dura solo pochi minuti. Mi sembra un modo non corretto di analizzare il film, come se il linguaggio scritto (basato su segni astratti da decodificare) e quello visivo (basato sulla rappresentazione della realtà attraverso la realtà stessa) possano articolare una sequenza narrativa attraverso tempi e ritmi paragonabili. Natalia Aspesi afferma in sostanza che nel libro la scena è lunga mentre nel film è corta (“seppur intensa”). Io non sono d’accordo: la scena di sesso tra Moretti e Ferrari è cinematograficamente lunghissima. I minuti nel cinema sono un territorio vastissimo e pieno di insidie. E, lo ripeto, la pagina scritta non può essere paragonata alla sequenza cinematografica.

Infine, vi confesso una mia ingenuità. Non avevo rivelato nella prima parte di questo post chi era il cineasta importante che appare verso la fine del film in una piccola parte. Siccome, oggi tutti i giornali lo dicono, a questo punto il mio candido embargo informativo rispettoso dell’uscita del film viene ad essere inutile. Il regista in questione è Roman Polanski e sinceramente non riesco ancora a capire il perché della sua presenza in questo film. Un’altra componente di marketing, forse?

 

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