Dino Risi, 91 anni di cinema...e di caustica ironia
Oggi 23 dicembre 2007, Dino Risi compie novantuno anni (Milano, 23-12-1916). Mi sembra così giusto parlare di questo regista che tanto ha dato al nostro cinema. I motivi sono diversi. Uno, in special modo, di carattere personale. Ho sempre detto per molti anni che io ero non ero un fan di Dino Risi. In sostanza, per lungo tempo, preso dall’ossessione nei confronti del cinema autoriale più serioso, l’ho un po’ sottovalutato. Poi, non so perché, per un periodo mi sono dedicato alla visione attenta dei suoi lavori e la mia posizione sul suo cinema è cambiata. Tornerò sulle sue pellicole tra poco, non prima di aver comunicato a voi invece quanto io trovi interessante il personaggio Dino Risi. Non ho mai conosciuto personalmente il regista, ma nelle interviste televisive a cui ho assistito ho scoperto un soggetto secondo me straordinario. Cosa mi ha colpito? Il suo reale anticonformismo, il suo sincero e caustico cinismo, il disincanto nei confronti della vita, la capacità di esprimere con nitida precisione il suo pensiero e di parlare con distacco e con poche taglienti parole anche del suo lavoro. Ho capito, così, che le opere firmate da Risi avevano dentro molto del suo carattere, del modo in cui aveva sempre interpretato la vita, la professione, e il paese in cui è nato.
Dino Risi vive nella stanza di un residence romano e non lavora da qualche tempo. Non ha una casa vera e propria e ciò mi da l’idea di un uomo che ha voluto privilegiare sempre la sua libertà.
Nella sua lunghissima carriera, tra lungometraggi, cortometraggi, documentari e film televisivi ha diretto ottanta titoli e ha scritto cinquantotto sceneggiature; il tutto tra il 1946 (Bersaglieri della signora) e il 2002 (Le ragazze di Miss Italia). In mezzo, un lunghissimo percorso non sempre allo stesso livello, ma ciò non ha alcuna importanza.
Scorrendo la sua filmografia scopro che tre suoi lavori sono stati fondamentali per il cinema italiano e anche per la mia formazione culturale e cinematografica: Una vita difficile (1961), Il sorpasso (1962) e I Mostri (1963). Si tratta, a mio avviso, di tre autentici capolavori, tra affreschi “cattivi”, veri, corrosivi, difficili e sinceri di un’italietta, popolata da soggetti grotteschi e umanamente disperati. In queste tre opere, Risi ha realizzato il ritratto di un paese pieno di vizi, difetti e piccolezze umane che a tutt’oggi, risulta a mio avviso come l’analisi più impietosa e crudele dell’italianità, anche di quella contemporanea.
C’è da dire che il grandissimo successo per Risi arrivò nel 1956 con Poveri ma belli, una commedia di stampo realistico ambientata in una Trastevere (quartiere di Roma) popolare e semplice, abitata da giovani ancora “puliti”, popolani autentici.
Questi di solito sono i titoli che mettono a fuoco la storia registica di Risi. Esistono però secondo me almeno altri quattro lungometraggi, meno noti, che contribuiscono in modo perfetto a delineare una poetica “risiana” molto più impegnata e poetica di quanto possa sembrare superficialmente: Il segno di venere del 1955, Il vedovo del 1959, Il giovedì del 1963 e L’ombrellone del 1965. Da segnalare che ne Il giovedì è possibile assistere a una delle pochissime ottime interpretazioni cinematografiche di Walter Chiari.
Ma quello che per me è un film importantissimo è L’ombrellone, opera geniale nella quale è “fotografa” una società italiana consumistica e conformistica, ossessionata dall’estate e dalle vacanze nottambule a Riccione. Il protagonista è un ingegnere (Enrico Maria Salerno) che passa delle ferie ferragostane terrificanti e faticosissime, per fare contenta l’esuberante e ottusa moglie (Sandra Milo). Alla fine, il distrutto protagonista non ne può più e ritorna da solo a Roma. E’ il 15 agosto, le serrande di casa sono leggermente abbassate, la penombra avvolgente, il caldo piacevole, il silenzio assoluto. Stravaccato sul letto, l’ingegnere finalmente si riposa mentre la scoppiettante moglie si arrostisce al sole della Romagna.
Sarò solo io ad amare questo film e la sua limpida morale? Spero proprio di no.






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