Breve riflessione sulla presenza della violenza nelle poetiche di Cronenberg e Van Sant
In questo ultimo periodo sono arrivati in Italia due film che utilizzano la violenza come strumento generatore di uno slittamento di senso. Si tratta di lungometraggi completamente diversi sia per questioni stilistiche che per organizzazione narrativa. Sto parlando de La promessa dell’assassino di David Cronenberg e di Paranoid Park di Gus Van Sant. Cronenberg si concentra in un film di genere meravigliosamente meticcio: una sorta di via di mezzo tra un gangster movie e una spy story dai toni formali fortemente stilizzati, come nel costume espressivo del grande regista canadese, mentre Gus Van Sant persegue la sua strada narrativamente rarefatta e basata su un uso del linguaggio cinematografico straniante.
Da una parte la violenza inaudita che la mafia russa, insediatasi a Londra, utilizza per gestire i suoi affari e per stabilire gerarchie nella “famiglia”, dall’altra la violenza come fenomeno insensato che provoca tragedie raggelanti, i cui protagonisti sono annoiati adolescenti americani. Un abisso culturale e poetico separa Cronenberg e Van Sant, il primo usa il corpo, il sangue e la carne apparentemente per esprimere una condizione umana ossessionata dalla “carnalità dell’esistenza”, dalle deformazioni, dal dolore, l’altro punta l’attenzione della sofferenza interiore inespressa da parte di ragazzi il cui spirito vitale è ingabbiato in operazioni quasi meccanicistiche e senza senso. Ne La promessa dell’assassino la mafia russa è il “luogo” in cui il disprezzo per la vita umana è esercitato in modo sistematico e “normale”, in Paranoid Park una sensazione di spaesamento esistenziale coglie gli individui, così l’irruzione della violenza sembra restituire alle persone la forza di non abbandonarsi agli eventi. Cronenberg usa la macchina da presa come un bisturi: le sue inquadrature sono essenziali, “metalliche”, taglienti, algide. Van Sant ha una visione più umana che si traduce in uno stile allo stesso tempo realistico e astratto. Eppure, a me sembra, che questi due cineasti siano fratelli, siano artefici di cifre poetiche che, in fondo, prendono spunto dalla medesima istanza.
Entrambi infatti, attraverso l’emersione della violenza (più fisica in Croneneberg, più mentale in Van Sant) alludono a un unico tema: l’identità. Tale argomento è rintracciabile nei film di Cronenberg e Van Sant come una sorta di pilastro nascosto ma fondamentale per sostenere l’architettura delle loro opere. La domanda che i due registi si pongono attraverso i loro personaggi è: chi siamo? Ed ancora: perché ci comportiamo in un modo e non in un altro? Le nostre origini e la cultura nella quale viviamo riescono a fornire alla nostra personalità dei solidi puntelli esistenziali? E infine: la violenza, praticata con razionalità o provocata apparentemente dal caso, non è forse il segno della disperazione che ogni essere umano prova quando percepisce il totale non senso della vita? Forse dietro il corpo, l’alienazione contemporanea, la solitudine, la sessualità, la sofferenza degli adolescenti, la violenza, ecco emergere il vero nucleo poetico (che in verità accomuna tutti i più grandi artisti dell’umanità) del cinema di David Cronenberg e Gus Van Sant: la devastante disperazione del vivere.





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