Parliamo di Francesco Rosi
Qualche settimana fa è stato dato l’annuncio relativo al premio alla carriera che verrà consegnato a Francesco Rosi durante la prossima edizione del Festival del Cinema di Berlino. Ho aspettato un po’ di tempo prima di parlarne su CineCulture perché non volevo partecipare alla “fiammata di pura cronaca” fine a se stessa a cui ho assistito. Molti trafiletti, poca sostanza critica e giornalistica. Ora, non se ne occupa più nessuno, quindi mi sembra giunto il momento di fare una riflessione su questo evento. La cerimonia di premiazione si svolgerà il 14 febbraio e rappresenterà il culmine di una retrospettiva che la Berlinale dedicherà al cineasta italiano, che oggi, nel nostro paese, sembra essere già stato “archiviato” nel museo del cinema nazionale.
Rosi, come gran parte dei grandi cineasti non ha girato moltissimi lungometraggi. Il primo lavoro risale al 1958 ed è intitolato La sfida, l’ultimo è invece datato 1997 ed è il film che il regista napoletano a tratto dal testo di Primo Levi, La tregua. Sedici titoli ufficiali in carriera, per un cineasta che ha sempre ponderato con molta attenzione e senso di responsabilità le sue operazioni creative. Nel terzo millennio, Rosi sembra essere passato di moda, poiché di moda non sono più quei registi che decidono di immettere nel loro cinema una carica di partecipazione sociale e politica molto alta. La cifra poetica di Rosi, non è stata mai però appiattita sul contenuto, anzi pare sensato affermare come i messaggi socio-politici innestati nelle sue opere riuscissero ad avere un valore grazie all’impostazione formale e allo stile adottato dall’autore. Questo, d’altronde, è il vero segreto di tutto il grande cinema: la compenetrazione tra messaggio (profondo) e articolazione linguistica in senso creativo.
Personalmente, quando giovane “cinephile” vidi Salvatore Giuliano e Le mani sulla città rimasi letteralmente folgorato. Mi colpì la forza sintetica delle sequenze concepite da Rosi, la chiarezza del suo cinema, il coraggio della denuncia, la modernità dello stile. Ho amato meno, il suo ultimo periodo registico (in particolar modo non ho apprezzato molto, come ho scritto molte volte, La tregua, avendo trovato tale film irrisolto rispetto all’importantissima sostanza narrativa a cui si ispirava). Eppure, non ho alcuna esitazione a definire Francesco Rosi come uno dei maggiori cineasti italiani del Novecento, un regista che ha saputo realizzare lungometraggi ancora oggi di fortissima attualità, opere di assoluta qualità che tutti gli aspiranti cineasti contemporanei dovrebbero studiare a fondo.





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