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Quale critica cinematografica…ha senso?

29/11/2007 | postato da: Maurizio G. De Bonis | Commenti 2


Nei giorni scorsi ho seguito con interesse un dibattito culturale sulle pagine del Corriere della Sera. Due libri pubblicati da Filippo La Porta e Giuseppe Leoncelli, da una parte, e Massimo Onofri, dall’altra, hanno scatenato una discussione a mio avviso significativa. L’oggetto del contendere è, sostanzialmente, la possibile catalogazione dei critici letterari in base al modo in cui esercitano la loro professione; ed anche e se oggi abbia senso oppure no il concetto di critica militante. Non mi addentro nell’argomento in merito alla letteratura, poiché tutto il confronto sviluppatosi con toni molto chiari, precisi, a volte feroci riguarda appunto il mondo della critica letteraria, di cui io non faccio parte, se non come accanito lettore di testi narrativi e critici. Mi domando, però, da giorni, perché simili approfondimenti e discussioni non si sviluppino nell’ambiente della critica cinematografica.

Come Segretario del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani devo dire che nel nostro piccolo il SNCCI ha negli anni più volte, tramite convegni e tavole rotonde, tentato di stimolare un raffronto di idee sulla critica cinematografica. I risultati sono stati scarsi: poca partecipazione, molte parole generiche, anche un po’ di insofferenza. C’è evidentemente un problema culturale nell’ambito della critica cinematografica. Ormai, si pensa che fare il critico di cinema sia solo andare alle anteprime, girovagare ai festival (magari vedendo poco o niente e cercando solo di entrare alle feste) e scrivere qualche articolo, quando ci si riesce. Forse è una visione un po’ pessimistica la mia, ma la sensazione che quasi tutti i critici cinematografici cerchino semplicemente di coltivare il proprio orticello, senza essere consapevoli dell’importanza della pratica culturale che li riguarda, è netta. Se la critica cinematografica non è più confronto di idee e confronto di studi approfonditi sul cinema, non resta altro che la patina superficiale di un’attività che invece potrebbe essere culturalmente rilevante. E non c’è niente di più triste, e addirittura pericoloso per la cultura, per uno studioso che non si rapporta ai suoi colleghi e al mondo circostante.

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