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Diario di una Festa (del cinema) - 5

24/10/2007 | postato da: Maurizio G. De Bonis | Commenti 0


Questo post sostituisce un altro che avevo scritto ieri e che è andato perso nei meandri nascosti del web. Pubblico però la stessa immagine che avevo caricato ieri: Tom Cruise e la mogliettina carina che sorridono radiosi. Avevo scritto sul senso di straniamento della Festa del Cinema, sul fatto che ieri il red carpet era un delirio (per la presenza di Cruise) e che il giorno prima c’era stata una protesta civile per ricordare che mentre sfilano i divi all’Auditorium, a Roma ci sono bambini che muoiono di freddo sul greto del Tevere. Avevo anche scritto che forse una manifestazione cinematografica e la morte di un bambino di due anni sono cose non collegabili ma che il fasto dell Festa (giochino di parole) per forza di cosa va a cozzare con la realtà di una metropoli come Roma, che (anche se non se parla molto) nasconde al suo interno sacche di emarginazione, degrado e povertà. Avevo immaginato a come avrebbe potuto reagire il divo Cruise (che cerca in tutti i modi di apparire politicamente corretto) alla notizia dell’atroce morte per freddo di un bambino a pochi isolati di distanza dal luogo in cui si celebrava il suo “trionfo”. Avrebbe continuato a firmare autografi a adolescenti pienotte in penoso delirio? Avevo poi detto che era assurdo vedere, nel freddo glaciale dell’autunno romano, le attrici sfilare in abiti costossimi e scollatissimi, rischiando bronco-polmoniti fulminanti. Arrivano, lì sul red carpet, e sembra che tutto il senso della (loro) vita sia racchiuso in una rappresentazione che giova solo agli “interpreti-aziende” che hanno sempre bisogno di un po’ di promozione, e ovviamente ai produttori. Che senso ha tutto questo? Il cinema è un’espressione artistica o un’industria che vive di immagine? Mi pongo ancora delle domande ingenue, evidentemente. Ma non posso farne a meno. E comunque, conosco la risposta, scontatissima.

Poi oggi è arrivato il film di Sean Penn. Due ore e mezza di un’intensità stravolgente, centocinquanta minuti in cui il regista americano si pone delle domande gigantesche sul senso della nostra esistenza, dei rapporti umani, della felicità, della morte. Dopo la proiezione stampa dell’opera di Penn sono uscito un po’ frastornato. Il red carpet era completamente deserto e ho pensato a quanto fosse bella quella scenografia così vuota, inquietante. Poi ho ripensato alla performance di ieri sera: Cruise con il suo ciuffo (sarà vero?) e il suo sorriso sempre uguale che firma autografi, mentre nell’aria è diffusa a volume altissimo la musica di Mission Impossible. Stasera, lì passera (penso) anche Sean Penn. Come si comporterà il ribelle di Hollywood? Forse esattamente come Cruise, ma mi piace immaginare che all’improvviso Penn possa mandare a quale paese tutti e scomparire nel nulla, come il protagonista del suo splendido Into the Wild.

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