Il lavoro di regista in Italia? Una lotta contro l’autocensura e le direttive della tv
Si fa un gran parlare in questi giorni de La ragazza del Lago di Andrea Molaioli. Il film incassa dignitosamente, piace al pubblico, la critica lo tollera. Ci si dispiace per il fatto che il film sia rimasto fuori dal concorso della 64. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e che sia stato selezionato solo per
Ma a parte questa presa di posizione partigiana che mi è consentita dal “luogo telematico” (un blog) nel quale è ospitato questo pezzo, mi interessa più di ogni altra cosa parlarvi di un articolo firmato da Giuseppina Manin apparso oggi 20 settembre 2007 sul Corriere della Sera. Il titolo è: La ragazza del Lago conquista l’Italia. Si parla inizialmente della maniera positiva con la quale è stato accolto il film, poi si leggono varie dichiarazioni di Andrea Molaioli. Tra queste una mi ha molto colpito: quella in cui l’autore descrive la fatica che ha fatto per riuscire girare La ragazza del Lago. Tre anni per trovare un produttore. Tutti dicevano cha la storia del film era “troppo cupa”. Molaioli spiega che appena “si esce dai clichè” nessuno ti da retta, i produttori in pratica si rifiutano di sostenere film che non siano prevedibili e bloccati su schemi rigidi. Aggiunge Molaioli che ciò provocherebbe un’autocensura nei registi i quali pur di girare il loro lavori alla fine deciderebbero di scendere a forti compromessi. Il problema, sostiene Andrea Molaioli, è che le tv sono diventate i principali finanziatori di progetti filmici italiani
Bene, in poche stringate frasi il regista de La ragazza del lago ha centrato il vero problema del cinema italiano. Non la mancanza di talenti, non la povertà di idee, non la scarsità di storie da raccontare, non una presunta mediocrità dei registi, ma la nefasta invadenza della televisione che, attraverso circuiti di società facenti capo a un unico soggetto, produce, distribuisce in sala, distribuisce in dvd e poi manda in onda in tv, dove il cerchio (pubblicitario) si chiude.
Questo è il grande male del cinema italiano. In questa situazione si trovano a dover operare i nostri registi. Forse la nostra critica dovrebbe discutere di questo.






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