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Black Book, film discutibile dell'olandese Paul Verhoeven

26/10/2006 | postato da: Maurizio G. De Bonis | Commenti 0

La visione del film di Paul Verhoeven (Black Book) durante la 63a edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia mi ha parecchio inquietato. A distanza di una decina di giorni dalla proiezione le mie convinzioni su questo lungometraggio di sono rafforzate.
Si tratta della storia di una cantante ebrea tedesca che durante la seconda guerra mondiale e la Shoah si rifugia in Olanda, cambiando nome e identità. Oltre a celare le proprie origini, la ragazza entra a far parte della Resistenza con il compito di circuire, grazie alla sua avvenenza, un pericoloso ufficiale nazista, per ottenere informazioni. Bene, si tratta di un tema classico riguardante il rapporto tra cinema e Shoah: la questione dell'identità individuale nel contesto della Shoah come mezzo per raggiungere la salvezza.
Dietro questo argomento, molto importante, si nasconde anche quello relativo al rapporto tra vittime e carnefici. Analizzando il film ci si accorge subito di una cosa. Verhoeven ha costruito un lavoro basato sulla perfezione dell'intreccio e sul ritmo del racconto. E l'ha fatto in modo molto professionale (non avevamo alcun dubbio su questo punto). Peccato che il regista abbia sovrapposto gelidamente e furbamente una griglia espressiva e stilistica di tipo prettamente commerciale ad un argomento che andrebbe trattato invece con grandissima cautela e rispetto. L'autore in questi casi dovrebbe invece fare un passo indietro privilegiano i contenuti e non esibendo le proprie capacità nel campo dell'elaborazione della forma. Ma l'aspetto che più mi ha messo in allarme è il seguente: dallo sviluppo della vicenda emerge una chiave di lettura delle persecuzione degli ebrei abbastanza sconcertante.

Ecco due esempi: il cinico e duro ufficiale nazista di cui Rachel diventa "finta amante" alla fine si rivela un uomo coraggioso, rispettoso della ragazza, addirittura protettivo. Le umiliazioni più terribili e disgustose la povera Rachel non le riceve dai nazisti (che lei inganna...e va bene) ma dopo la liberazione da cittadini olandesi nemici dei nazisti. Il quadro che emerge è storicamente e ideologicamente preoccupante: l'ebrea Rachel sarebbe stata aiutata dai nazisti e incredibilmente aggredita e messa in pericolo da quelli che i nazisti avevano combattuto. Alla luce di ciò, è possibile affermare come Black Book sia un film pericoloso, poiché generatore di una incredibile confusione. In un periodo in cui l'antisemitismo tra rimontando in modo terribile, tale confusione filmica potrebbe dare a persone poco intelligenti lo spunto per dire: "ecco, allora non erano solo i nazisti a perseguitare gli ebrei...le responsabilità erano di molti". Questo è il modo classico per diminuire una colpa; nel caso specifico dietro l'escamotage appena descritto si cela la seguente agghiacciante morale: "se è un solo individuo a rubare si tratta di un delitto orrendo, ma se sono molti a farlo allora la colpa diventa piccola". A me non interessa che la storia di Black Book sia ispirata a fatti realmente accaduti. Questo è solo un alibi banale per dare un colpetto alle teorie storicamente corrette sulla Shoah e sul nazismo. Un regista ha in tal senso un obbligo di tipo morale riguardo questo problema. Era proprio necessario raccontare in un film che farà il giro del mondo un episodio (rarissimo) di questo tipo? Serviva al cinema? Serviva alla carriera di Verhoeven? Serviva alla società moderna? A mio avviso questo lungometraggio ha dato solo troppa visibilità a un caso isolato; e questo è grave, poichè il pubblico è portato fatalmente a considerare ogni racconto filmico come esemplare, paradigmatico, come espressione artistica di una verità storica. E ancora di più si tratta di una pellicola che potrà essere strumentalizzata da qualche malintenzionato revisionista che non aspetta altro. Invece, è bene dirlo, Black Book è un'opera di finzione che ricostruisce un caso anomalo (ammesso che le cose siano andate veramente così) e niente più. La verità storica è stata un'altra, una verità dove non sono rintracciabili gerarchi nazisti buoni. Mai.


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