3° Festival Internazionale del Film di Roma - La Banda Baader Meinhof

Negli anni settanta Ulrike Meinhoff, Andreas Baader e Gudrun Ensslin fondano una cellula terroristica denominata: Banda Baader-Meinhoff. I giovani si scagliano contro le istituzioni tedesche accusate di essere complici dell’imperialismo americano. La banda si trasforma velocemente in un movimento politico/terroristico noto con la sigla RAF. Dopo numerose azioni violente, i capi della RAF saranno catturati dalla Polizia tedesca e rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Stammheim, dove troveranno la loro morte in un suicidio collettivo, le cui reali modalità non sono mai state chiarite.
Recensione
Mentre si discute ancora, in maniera grottesca, sul Sol dell’avvenire, Il Festival Internazionale del Film di Roma presenta nella sezione Anteprima-Premiere il film di Uli Edel: La banda Baader Meinhof. Situazione contraddittoria dunque: da una parte ci si vuole distanziare da un documentario che prende in esame la storia della nascita delle Brigate Rosse, dall’altra si propone in anteprima un film sulla RAF, organizzazione rivoluzionaria tedesca (sorella delle BR italiane) che fu al centro negli anni settanta di azioni terroristiche clamorose, anche in collaborazione con gruppi armati palestinesi. E per fortuna che nessuno si è sognato di creare problemi sul film tedesco, poiché si tratta di un’opera significativa che alza improvvisamente il livello di un festival partito malissimo. La banda Baader Meinhof non è un capolavoro (ha infatti diversi difetti) ma è un film grandissimo, importante. Non solo per la sostanza del suo contenuto e per gli aspetti registici, comunque pregevoli.
La questione centrale è la tecnica drammaturgica con la quale sono stati ricostruiti gli anni di piombo tedeschi. Il lungometraggio è tratto dal libro di Stefan Aust intitolato Der Baader Meinhof Komplex, fondamentale saggio scritto nel 1985 nel quale veniva raccontata la storia e l’escalation terroristica di un gruppo che nacque come una cellula rivoluzionaria di pochi individui per trasformarsi poi nella RAF, organizzazione estremistica che arrivò ad annoverare nelle sue fila almeno tre generazioni di giovani comunisti anti-imperialisti. Simboli del movimento erano l’ideologa Ulrike Meinhof, una giornalistica di sinistra, e Andreas Baader, capo militare del gruppo, un ragazzo un po’ guascone che rappresentava il braccio armato della RAF. La sceneggiatura è stata scritta dallo stesso Stefan Aust in collaborazione con Uli Edel, quest’ultimo in grado di fornire al film un’architettura formale di estremo interesse. La particolarità di questo lavoro sta nel fatto che le vicende non sono ricostruite secondo una linea perfettamente cronologica e consequenziale. Aust definisce la struttura dell’opera: “drammaturgia a pezzi”. D’altronde, era impossibile realizzare un lungometraggio che potesse riorganizzare narrativamente in modo oggettivo una storia di una complessità spaventosa. Lo spettatore assiste così a una concatenazione di quadri drammaturgici, intervallati da “spazi informativi” nei quali sono utilizzati anche materiali di repertorio. In questi quadri drammaturgici, non sono collocate molte elaborazioni affidate ai dialoghi o alla ricostruzione ideologica quanto piuttosto delle vere e proprie scene d’azione, la cui tensione è pompata in maniera straordinaria dalla regia asciutta e tagliente di Edel, che usa la macchina a mano ed evita con rigore di cedere a ogni possibilità di deriva estetizzante.
La banda Baader Meinhof è un film duro che non lascia respiro e che scorre come un fiume in piena per oltre centocinquanta minuti. Il duo Aust-Edel non dipinge i rivoluzionari tedeschi come degli eroi o delle vittime dello Stato imperialista. Meinhoff, Baaader e gli altri componenti della RAF sono raffigurati come degli idealisti che cercano di cambiare il mondo attraverso azioni di cui spesso non hanno il reale controllo mentale (pur credendo di averlo). Le istituzioni allo stesso tempo non vengono semplicemente descritte come organi repressivi, al punto che in una riunione dei massimi vertici della sicurezza tedesca i soggetti partecipanti iniziano a porsi domande destabilizzanti. Perché tanti giovani sono votati alla morte per un ideale rivoluzionario? Quali sono le loro giuste istanze? Ci sono degli errori reali delle istituzioni democratiche che hanno portato a questa tragedia? La banda Baader Meinhof procede come un treno in corsa; è un colpo nello stomaco ma è anche un film che induce il fruitore a riflettere. E mai si corre il rischio di immedesimazione. Peccato solo per le discutibili e grottesche sequenze del processo e per la povertà dell’allestimento dei brani girati nei campi di addestramenti palestinesi in Giordania. Se solo Edel avesse curato di più queste parti, probabilmente avrei dovuto parlare di capolavoro. Ma a parte questi fattori, bisogna riconoscere il coraggio e la forza creativa degli autori, i quali hanno saputo tradurre in immagini una tragedia trans-generazionale, una tragedia che noi in Italia abbiamo vissuto pienamente e che ha rovinato la vita di chi l’ha provocata e di chi l’ha dovuta orrendamente subire.
Titolo: La banda Baader Meinhof Titolo originale: Der baader Meinhof Komplex Regia: Uli Edel Sceneggiatura: Stefan Aust, Uli Edel Fotografia: Rainer Klaussman Montaggio: Alexandre Berner Scenografia: Bernd Lepel Musica: Peter Hinderthur, Floria Tessloff Interpreti: Martina Gedeck, Moritz Bleibtreu, Johanna Wokalek, Bruno Ganz Produzione: Nuovelles editions de Films, G.T. Film Production Distribuzione: BIM Paese: Germania Durata: 155 min.





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