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3° Festival Internazionale del Film di Roma – 8 di Sissako, Bernal , Nair, Van Sant, Kounen, Campion, Noe, Wenders

23/10/2008 | postato da: Maurizio G. De Bonis | Commenti 0

Può il cinema rappresentare un valido strumento di comunicazione umanitaria? Possono dei cineasti prendere spunto, per realizzare le loro opere, da documenti ufficiali delle Nazioni Unite? Può un lungometraggio cambiare il corso degli eventi internazionali e ancora di più il destino di popoli e singoli individui? Sono quesiti a cui è particolarmente complesso rispondere. In primo luogo, perché il cinema è certamente un mezzo di comunicazione ma anche una forma di spettacolo e di espressione individuale che poco può incidere sulle sorti dell’umanità. In secondo luogo, perché elaborare delle opere-manifesto efficaci è qualcosa di veramente difficile. Infine, perché film realizzati per scopi umanitari hanno dentro di loro ben due insidie. La prima riguarda la psicologia degli autori, i quali potrebbero essere spinti a realizzare pellicole di questo tipo semplicemente per soddisfare un’esigenza tutta soggettiva, ovvero quella di far vedere all’opinione pubblica quanto siano impegnati nel sociale. E poi, in genere, operazioni simili non producono altro effetto se non quello di lavare le coscienze degli spettatori che finiscono per sentirsi meglio dopo aver assistito a “proiezioni umanitarie”, salvo poi continuare a fare la stessa vita fregandosene altamente di chi muore di fame e malattie in Africa o nella foresta amazzonica.

L’ONU durante il vertice del Millennio del 2000 aveva stilato un documento chiamato pomposamente la Dichiarazione del Millennio, nel quale venivano indicati otto punti da risolvere per il 2015. Dalla mortalità delle donna partorienti all’AIDS, dalle pari opportunità alla questione della siccità: tutti problemi reali che però l’ONU e tutte le sue discutibili agenzie in decine di anni non sono mai riuscite a risolvere. Ebbene, otto registi internazionali hanno preso spunto per realizzare un film che si intitola appunto 8 e che si ispira ai punti così ben indicati da capi di Stato e diplomatici. A unire le forze sono stati: Abderrahmane Sissako, Gael Garcia Bernal, Mira Nair, Gus Van Sant, Jan Kounen, Gaspar Noe, Jane Campion e Wim Wenders. L’opera inizia con una dichiarazione dell’ONU che dice una cosa molto chiara: gli otto episodi non rispecchiano in nessun modo la posizione ufficiale dell’ONU. Preso atto di ciò, nella sala Petrassi dell’Auditorium, mi sono concentrato sulla visione dei vari episodi.

Niente di particolarmente sconvolgente, né di significativo a livello filmico, a parte due piccoli capolavori firmati Campion e Kounen. Il primo (The Water Diary) dedicato alla questione della siccità e caratterizzato da una vena poetica dai tratti commoventi, il secondo ( The Story of Pashin Beka) incentrato su uno straordinario e splendente bianco e nero e basato sulla storia di una giovane donna che muore di parto nella foresta amazzonica peruviana. Due gioielli di fantasia e poesia, più il lirico quello di Jane Campion, più fotografico-antropologico quello di Kounen. Di discreto interesse anche il film di Sissako (Tiya’s Dream), girato in Etiopia e caratterizzato da una tragica compostezza narrativa e da un elegante impianto visuale.             Per quel che riguarda gli altri episodi c’è veramente poco da segnalare (modesti quelli di Gus Van Sant, Wim Wenders, Mira Nair, Gael Garcia Bernal).

 Solo una questione mi preme sottolineare, e tale questione riguarda l’episodio intitolato SIDA, per la regia di Gaspar Noe. Si tratta di un monologo interiore di un uomo africano malato di AIDS. Parla della sua malattia, dei suoi serissimi problemi, della sua sofferenza, di come ha contratto la sindrome letale, e di come sia importante l’uso del profilattico. Tutto bene fino alla fine, quando l’uomo dice che oltre le cure mediche (e vorrei vedere…) gli ha dato giovamento, nella sua lotta per la sopravvivenza, la religione. Si la religione; non l’aiuto degli altri, la bravura dei medici; non le persone che lo amano, non semplicemente il desiderio umanissimo di continuare a vivere, ma la fede religiosa. L’episodio si conclude con la voce off del protagonista che recita una preghiera cristiana. Una chiusura straniante e decisamente fuori luogo, visto che la sopravvivenza dei malati di AIDS è cresciuta negli anni per merito della ricerca scientifica e per l’abnegazione di ricercatori che hanno speso la loro esistenza nel tentativo di trovare un rimedio, non certo grazie a una pietosa, quanto silenziosa, presenza metafisica.

Tyia’s di Abderrahmane Sissako                                                                                                            The Letter di Gael Garcia Bernal                                                                                                             How Can’t It Be di Mira Nair                                                                                                                  Mission on the Hill di Gus Van Sant                                                                                                      Pashin Beka Winoni di Jan Kounen                                                                                                             SIDA di Gaspar Noe                                                                                                                                     The Water Diary di Jane Campion                                                                                                      Person to Person di Wim Wenders

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