La fondazione Dynamo Camp annuncia la morte di Paul Newman. I siti americani tacciono.
Sabato 27 settembre. Ore 15.00. Repubblica.it e Corriere.it, finanche i siti dell’Ansa e di Adn Kronos e Sky tg 24, riportano la notizia della morte di Paul Newman. Pare che un rappresentante italiano della sua Fondazione abbia diffuso la comunicazione “ufficiale” della scomparsa del grande attore americano nella sua casa. Aspettando una conferma dagli USA (stranamente i siti del New York Times e del Los Angeles Times tacciono, così come i siti inglesi e francesi), diciamo qualche parola su un uomo di cinema singolare nel panorama hollywoodiano. Se poi questa news luttuosa non fosse confermata, vorrà dire questo sarà solo un post (che avrei dovuto scrivere già da tempo) su un attore/cineasta che ha sempre vissuto con eleganza.
Paul Newman era malato da tempo. Aveva un tumore ai polmoni ed era recentemente tornato nella sua casa dopo che i cicli di chemioterapia a cui si era sottoposto non avevano potuto risolvere il gravissimo problema che l’affliggeva. Newman ha dunque voluto morire esattamente come aveva vissuto. Nel riserbo e nella misura più totali. Certo, è stato un autentico divo, certo ha avuto la passione delle corse automobilistiche ma un abisso separa la classe indiscutibile di questo attore/regista/produttore dalle star odierne, sempre in prima pagina con finti matrimoni, adozioni più meno limpide, divorzi annunciati quanto prevedibili, scandali guidati dagli agenti e dalle produzioni, e film pessimi che servono solo a alimentare il marketing dei vari marchi di fabbrica che rappresentano.
Paul Newman è stato sempre una sorta di ufo nel cinema americano. La sua differenza (salutare) probabilmente gli veniva dalle sue origini. Il padre era un commerciante ebreo-tedesco, la madre invece era di origini slovacche e di fede cattolica. Questo mix centro-est europeo/ebraico/cattolico deve aver albergato nell’animo di questo interprete, facendolo apparire sempre come un oggetto di cristallo purissimo in quella fabbrica di plastica da consumo che è Hollywood. Non ricordo un pettegolezzo nell’ambito della sua vita privata, né una sparata per far parlare di sé, e neanche proclami pubblici per strombazzare ai quattro venti la sua attività di tipo solidale. Paul Newman era un signore di stampo europeo che aveva saputo ritagliarsi uno spazio nella società americana e che aveva saputo interpretare il ruolo di star con compostezza e un certo distacco.
Solo per dovere di cronaca, ecco alcune delle sue migliori interpretazioni: La lunga estate calda di Martin Ritt (1958), Furia selvaggia – Billy the Kid di Arthur Penn (1958), Exodus di Otto Preminger (1960), Lo spaccone di Robert Rossen (1961), La dolce ala della giovinezza di Richard Brooks (1962), Il sipario strappato di Alfred Hitchock (1966), L’uomo dai sette capestri di John Huston (1972), Buffalo Bill e gli indiani di Robert Altman (1976), Diritto di cronaca di Sidney Pollack (1981), Il colore dei soldi di Martin Scorsese (1986), Mr. & Msr. Bridge di James Ivory (1990) e Mister Hula – Hoop dei fratelli Coen (1994).
L’ultimo film interpretato da Paul Newman risale al 2002: Road to Perdition-Era Mio padre di Sam Mendes.
Se trovate questi film in dvd, vale senza dubbio la pena di vederli. Sono un esempio perfetto di gestione oculata e intelligente di una carriera di attore nell’ambito dello star-system americano.





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