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Gomorra, finalmente un film italiano su cui discutere

18/05/2008 | postato da: Maurizio G. De Bonis | Commenti 7


Ricordo perfettamente quando più di dieci anni fa vidi al Sacher Festival di Nanni Moretti, il primo cortometraggio di Matteo Garrone, figlio di un critico di teatro. Rimasi stupito; c’era qualcosa in quel cortometraggio di profondamente diverso rispetto a tutto ciò che vedevo in quel periodo. Una sorta di semplicità espressiva che non voleva dire però pochezza stilistica e/o qualunquismo contenutistico. Quel cortometraggio,anzi, era molto forte e fastidioso proprio perchè puro, diretto, vero. Il titolo era Silhoutte. Il corto in questione fu poi inserito nel contesto del film Terre di Mezzo, primo lungometraggio dell’autore romano. Da allora (1996) di acqua ne è passata sotto i ponti. Garrone ha firmato sei film, in un’escalation straordinaria che l’ha portato a realizzare opere molto importanti come L’imbalsamatore e Primo amore.

Ora, ecco Gomorra. Ho definito questo lungometraggio, nella recensione pubblicata su Cinema.it, un quasi capolavoro. Non volevo subito dare un giudizio definitivo, ma a tre giorni dalla visione del film, questo lavoro sta sedimentando con forza nella mia mente. Oggi posso dire che l’avverbio quasi può essere tolto, poiché Gomorra è un lungometraggio che rappresenta il culmine condiviso da due elementi centrali: la potenza coraggiosa del contenuto e la precisione disperata dello stile. Come ho scritto nella recensione per Cinema.it (e anche in altre occasioni), lo sport nazionale della critica italiana è sparare a zero contro i nostri film. Spesso ve ne sono i motivi, ma qualche volta il nostro provincialismo critico (nel quale è caduto anche chi scrive) tende a provocare diffidenza nei riguardi del cinema che realizzano i produttori e i registi di casa nostra. Tale diffidenza, se può essere considerata eccessiva nei confronti di alcuni titoli di questi ultimi anni, sarebbe addirittura assurda per un film come Gomorra, che potrebbe anche non piacere ma che ha un’indubitabile merito: far puntare lo sguardo dello spettatore medio italiano verso una realtà di degrado che non è frutto di una dilatazione artistica. Se possibile, la vita di certi quartieri di alcune metropoli italiane è più penosa e spaventosa di quella che ci fa vedere Garrone. Così, Garrone ci introduce in un universo che sembra distante e separato dalla società "normale" ma che in verità è strettamente legato anche alle nostre esistenze. Riguardo alla vita “fetente” di certi quartieri, non solo napoletani, noi non possiamo considerarci estranei. Poiché quella vita è il risultato di un modo di pensare generalizzato, di un “sistema” che non concerne solo il mondo della criminalità organizzata ma i passaggi quotidiani più semplici e scontati di ognuno di noi. Attraverso le inquadrature del disagio di Scampia, Garrone ci parla dei nostri errori, del nostro qualunquismo, della nostra silente e vigliacca partecipazione a un sistema esistenziale che in Italia attraversa in maniera trasversale tutti i ceti sociali e gli ambienti professionali.

Un film del genere meriterebbe un confronto, anche tra i critici cinematografici del nostro paese. Qualche tempo fa scrissi che Non è un paese per vecchi, dei fratelli Coen, era un film su cui discutere. Ribadisco questo concetto per Gomorra, un capolavoro che riguarda la coscienza di ogni italiano che abbia il coraggio di riflettere sulla condizione di un paese devastato politicamente, socialmente, umanamente. Personalmente ringrazio Garrone per il film (e di conseguenza Saviano per il libro che lo ha ispirato) e spero vivamente che qualcuno risponda al mio appello. Discutiamo di Gomorra, ve ne prego!

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